mercoledì 21 aprile 2010

CHEW

CHEW vol 1 – Taster’s Choice (2009, Image Comics, brossurato, 128 pagine a colori, $ 9.99; o 2010, Bao Publishing, brossurato, 128 pagine a colori, €13).
Sceneggiatura di John Layman, illustrazioni di Rob Guillory.

Mi scuso con chi legge per il ritardo con cui ultimamente riesco ad aggiornare questo spazio. È un periodo molto movimentato e quando avanza tempo è difficile gestirlo in modo da riuscire a fare tutto quello che si dovrebbe, e soprattutto farlo al livello richiesto (che è cosa importante e su cui prima o poi bisognerà ritornare).

Per prima cosa bisogna dire una cosa: Chew è un fumetto che mi è piaciuto leggere e guardare. PUNTO. All’Emerald City ComiCon di Seattle, tenutosi a metà marzo, Layman ha affermato di avere in mente una direzione ben precisa per la serie, destinata a concludersi con il numero sessanta, del quale ha ben precisa in mente la storia per quanto riguarda i primi trenta numeri e gli ultimi dieci, e in special modo le ultime quindici pagine. Una simile disposizione è già qualcosa che mi fa sperare bene.

Chew in inglese significa masticare.
Chew è una serie investigativa che ruota attorno al cibo in un modo e in un contesto che sembrano allo stesso tempo originali e genuini.
Protagonista è Tony Chu, detective cibopatico, vale a dire che quando mangia qualcosa – con la sola eccezione delle barbabietole – ne percepisce ogni istante di preparazione: cito, “That means he can take a bite of an apple, and get a feeling in his head about what tree it grew from, what pesticides were used on the crop, and when it was harvested” (“significa che può mordere una mela e sentire da quale albero è cresciuta, quali pesticidi o concimi sono stati utilizzati e quando è stata raccolta); e questo vale con qualsiasi tipo di cibo.
Nell’America raccontata sulle pagine di Chew il pollo è illegale in seguito al diffondersi dell’aviaria ed esistono locali in cui viene venduto sottobanco o preparato da ristoratori sospettosi; il tutto in ambientazioni e sequenze che profumano ancora dei tempi del Proibizionismo (quello ’19-’33).
Durante un’indagine Tony scopre qualcosa che non va: mentre sorseggia una zuppa scopre [non vi svelo come] un omicida e lo arresta, spianandosi così la strada per l’FDA (Food and Drug Administration), che con il bando del pollo è diventata la fetta più potente e importante del sistema della giustizia. Tony verrà così assunto per mangiare i resti di crimini irrisolti legati al cibo (ma non solo) per poterli risolvere, si tratti di cibo o di parti di cadavere.

Questo, a brevi linee, è l’avvio in crescendo di una storia che promette molto sotto ogni punto di vista.
Narrativamente si presenta come una serie investigativa originale e avvincente; il rischio è la ripetitività, ma voglio sperare che Layman ne abbia tenuto conto, strutturando la storia a monte. Lo stesso si può dire di scelte narrative e rivelazioni in chiusura dei numeri 4 e 5, delle quali l’autore ha parlato a Seattle garantendo una giustificazione sensata e piacevole.
Guillory è adatto a rappresentare una storia che sta tra il serio e il comico, tra il reale e il bizzarro, con uno stile a metà tra l’underground e il cartoon.

Nel pieno del momento degli zombie Layman e Guillory giocano la carta del detective cannibale, lo “zombie vivo” che non mangia per sopravvivere bensì per scoprire la verità. La verità non è, dunque, qualcosa di remoto e che si potrà svelare solo con immani fatiche, ma diventa immediatamente disponibile, a portata di mano. Perlomeno alcune verità, per altre bisognerà attendere il proseguire della narrazione.
La stessa questione dell’influenza aviaria e del bando del pollame equivale, tutto sommato, ad estremizzare una situazione per vedere come si comporterebbe la società. E, di nuovo, il Proibizionismo ci insegna che mettere qualcosa al bando equivale a generarne una forte presenza su un mercato parallelo e illegale. Questa è la base “reale” su cui si innesta il fantastico [di ogni, davvero :x] e che diviene così un po’ meno irreale. O forse no.

I personaggi chiave ruotano – per ora – tutti attorno all’aspetto del cibo, da Tony al suo misterioso collega, Mason Savoy, fino alla donna di cui Tony è innamorato, Amelia Mintz. Lo stesso compagno di Tony alla polizia rientra in questa cerchia, dal momento che è assolutamente dipendente da qualsiasi tipo di cibo spazzatura, caffè, alcool e dolci.
Amelia è un personaggio interessante. Amelia è un critico gastronomico e come Tony ha un dono particolare, ossia quello di essere una saboscrivner, in grado di scrivere di cibo con tale precisione che chi legge si sente come se stesse effettivamente mangiando quello di cui si parla. Amelia è tuttavia annoiata dal proprio lavoro e, come conseguenza, recensisce solo ristoranti di categoria infima, causando violenti conati di vomito e intossicazioni a chi legge.
Una metafora del potere della stampa? Forse. Sarebbe stupido escluderlo, del resto.
In fondo il compito del giornalista è [diciamo sarebbe, con il giornalismo opinionista fiorito negli ultimi decenni questo imperativo categorico è diventato piuttosto interpretativo] raccontare la verità, cosa che Amelia con dovizia di dettagli. E quando la verità è qualcosa che non ci piace come reagiamo? In questo caso è lo stomaco a ribellarsi, nel caso di verità più profonde è [o dovrebbe] essere la coscienza. A dire che di fronte a certi avvenimenti o situazioni, se tutto prosegue come se niente fosse significa che c’è qualcosa che non va a monte. Che qualcuno copre qualcun altro o che non c’è abbastanza forza [voglia? palle?] per la giusta reazione.

Resta il fatto che, ancora una volta nel giro dello stesso volume, al cibo viene appiccicata l’etichetta di “verità”. La verità passa per il cibo e, se ammettiamo che il vero sia il reale, allora la società passa per il cibo. E se la società passa per il cibo allora è interessante notare le due modalità di approccio di Tony e Amelia.
Tony, nell’apprendere la verità, è disturbato; il loro mettersi in contatto è più o meno come essere investiti da un tir di sensazioni. Il suo approccio con la società è parziale e limitato alla parte negativa.
Amelia, invece, vede la società, si può dire, nella sua totalità e la racconta per quello che è. La sua “noia”, così, può essere intesa come un disaccordo con quello che la circonda e una ferrea volontà di parlare del marcio e dei problemi.

1 commento:

Mallikarjuna ha detto...

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