lunedì 5 aprile 2010

Lo strano caso del Dr. Venice e di Mr. Florence


Ora … il giochino di lunedì scorso era un divertissement ma non era totalmente fine a se stesso.
Purtroppo forse sarebbe stato più divertente avere un maggior numero di lettori, e magari chiedendovi di rispondere via email. La prossima volta – se ci sarà – farò così. Fattostà che si, la risposta di senility [e anche di altri, ma lui ha risposto per primo] è quella esatta.
Cosa ci fanno delle gondole nell’Arno?
Ma anche, cosa ci fa Ponte Vecchio (con tanto di edifici circostanti) a Venezia?
Misteri del fumetto. Probabilmente quella che abbiamo visto in Batman 665 è una realtà alternativa della Terra e Bruce Wayne può permettersi di passeggiare su Ponte Vecchio e al contempo trovarsi a Venezia.
Forse ce l’ha fatto portare lui perché è fottutamente ricco e le Wayne Industries sono maledettamente potenti e influenti al punto da poter scardinare Ponte Vecchio e l’Arno (non so come ma loro potrebbero farlo, troverebbero un modo) e trapiantarlo a Venezia.
O forse ancora ha acquisito il dono dell’ubiquità, oppure ha imparato a muoversi nel Bleed con una maestria che la sua percezione di due località differenti in cui si trova vengono a coincidere nella sua rappresentazione.

Oppure è un errore grossolano e totalmente superficiale di Kubert. O di Morrison, ma trovo difficile che abbia mandato a Kubert una foto di Ponte Vecchio dicendogli “qua mettimi questo ponte”. Quindi a naso darò la colpa a Kubert, anche se non mi è ben chiaro quello che è successo, dal momento che Googlando “bridge + venice” non esce fuori alcuna foto di Ponte Vecchio.
Magari era convinto che fosse a Venezia e ha cercato direttamente una foto del ponte … o magari è andato a memoria, ma dubito visto che gli spazi degli edifici sono troppo precisi.

Nell’era di internet è possibile avere accesso a un’immagine di qualsiasi cosa, ogni luogo, palazzo, ambiente o spazio è visibile a qualsiasi persona in grado di connettersi.
Google map, Google Earth, Google streetview. Devo aggiungere altro?
Nell’era di internet tutti sanno di tutto, eppure l’errore è sempre dietro l’angolo.
Non mi è chiaro come mettere insieme tutte queste cose, non so come intrecciarle e dove puntare il dito, dove bisturare e cosa esporre alla luce come cuore di ciò che mi sembra un tremendo errore concettuale.
La faccio troppo grossa? Spero di no. E prima che qualcuno mi tacci di eccessivo nazionalismo, perché non è questo il punto: credo che questo pezzo ci sarebbe stato anche se la tavola avesse mostrato carri armati a Trafalgar Square con scritto in didascalia “Moscow”. E magari ce ne sono stati cento altri in passato di cui non mi sono accorto e per i quali avrei volentieri sbottato, ma non li ho notati o ero troppo distratto o chissà cos’altro; di questo mi sono accorto e di questo parlo.
Il fatto è che io non penso che un errore talmente grossolano sia tollerabile, perché mi porta alla mente i vecchi luoghi comuni spaghetti-pizza-mandolino. A dire che di una cultura si conoscono tre cose e le si ripropone continuamente senza fare il minimo sforzo di conoscere una quarta o una quinta o una decima o una centesima. Ma nemmeno una terza e mezzo, tipo spaghetti al pesto.
E siamo ancora qui dopo… oddio dopo quanti anni? boh, comunque dopo TROPPI anni ancora andiamo avanti a luoghi comuni?
Si so che c’è un ponte molto cool che ha i negozi e da sul fiume. Secondo me era a Venezia. Non può che essere a Venezia, no? Beh allora… che diavolo, ce lo metto. E così ce lo mise. Sbagliando. (S internet – ok ammetto di non essermi strappato i capelli per cercare ma i miei dieci minuti di googlaggio ce li ho messi – non ho trovato niente in merito).
Ovviamente questa è solo una possibile ricostruzione di come possono essere andate le cose, che rimarranno oscure a meno che sia Kubert a svelarci l’arcano.

Un errore del genere è un segno di superficialità che un artista di livello internazionale non dovrebbe permettersi; è un’offesa al lettore e alla sua intelligenza, ed è l’ennesima prova di come il fumetto venga preso alla leggere anche dai professionisti.
È la faccia di quella fetta di fumetto che nasce dalla volontà di sensazionalismo. Un personaggio come Bruce Wayne deve necessariamente stupire, perché è sfondato di soldi e tutto il resto, ed è la sua stessa identità civile che necessita di avere un taglio frivolo e dispendioso. Uno modo efficace per dare questa idea è farlo viaggiare – viaggi di piacere, s’intende – un sacco anche all’interno di un singolo arco narrativo, giusto per spezzare.
Ma se spettacolarizzazione ed “esotismo” (o “estero”, per farla più semplice) vanno a braccetto, se per forza si vuole mettere sul piatto qualcosa di cui non si ha esperienza diretta (e in questo caso potrei affermare senza molti dubbi che non c’è stata) allora non lo si può fare alla leggera, o il risultato sarà un’inevitabile caduta di stile.

Non chiedo una storia che sia in tutto e per tutto reale, ma che sia realistica laddove l’intento grafico-narrativo di una sequenza ricerca un carattere realistico. Perché spingere fino a fondo il pedale del realismo e riportare sulla pagina una struttura architettonica in maniera quasi perfetta e poi sbagliare totalmente la sua collocazione?

Dopo più di cento anni di fumetto possiamo permetterci di fare le cose alla carlona?

lunedì 29 marzo 2010

venerdì 19 marzo 2010

IN CARNE E OSSA

IN CARNE E OSSA (2008, Double Shot, brossurato, 144 pagine in bianco e nero, €10,00).
Sceneggiatura e disegni di Koren Shadmi.

Koren Shadmi è al momento uno dei massimi esempi, credo, di metafisicizzazione dell’aspetto biografico.
Prendete in mano In Carne e Ossa, sfogliatelo e ve ne renderete conto.
Racconti brevi, meno di una trentina di pagine, si avvicendano uno dopo l’altro presentando storie che uniscono la potenza emblematica e inquietante del racconto breve americano assieme ad una visionarietà tutta personale, che gioca con il distorto, il bizzarro, l’assente.
Partendo da episodi – come emerge nell’intervista a fine volume – di matrice autobiografica, Koren Shadmi rielabora, filtra, distorce e manipola la realtà del suo vissuto personale, rendendo il reale elemento autobiografico totalmente celato e lasciando intravedere soltanto la problematica di base, concretizzandola poi simbolicamente sia da un punto di vista grafico che da un punto di vista concettuale.
Questi racconti vogliono riflettere principalmente sulle relazioni umane, principalmente sulla loro difficoltà, sul modo in cui basta un elemento apparentemente anche piccolo perché queste relazioni mutino in modo irreversibile. Identità e relazioni, sé e altro da sé, manie e vizi, l’interazione tra due persone e i suoi risvolti. Il giovane autore israeliano ci mostra le sfaccettature dell’animo umano.
Simbolico in modo intelligente, Shadmi non si fa problemi a servirsi di elementi fantascientifici o horrorifici, espedienti tipici del fumetto supereroistico (vedi La Ragazza radioattiva) o granguignolesco per camuffare ancora di più le situazioni del mondo reale, in un crescendo di poeticità che raggiunge l’apice con il racconto Crudeltà.

domenica 7 marzo 2010

Qualche chiarimento...

Ho ritenuto doveroso rispondere a quello che credo sia essere un’incomprensione, una gaffe o più semplicemente un errore dettato dalla fretta, non so dire bene quale dei tre.

Innanzitutto: non era mia intenzione fare una classifica delle fiere del fumetto, cosa per cui (anche volendo e anche ammettendone la possibilità) non avrei abbastanza esperienza. Quello che intendevo fare era considerare come il “mondo del fumetto” abbia diversi modi per autopromuoversi e mi tornava comodo prendere esempio dall’ultimo periodo, particolarmente ricco di manifestazioni.
Di qui il nodo gordiano. Cosa avrò mai voluto dire con quel “nobile” riferito a Bilbolbul?
Premetto che non ho legami con case editrici, o con organizzatori né con chicchessia altri che abbia a che fare con la fiera bolognese quindi, per rispondere ad Alessandro Bottero, no, non stavo cercando di condizionare in alcun modo i lettori a scegliere Bologna piuttosto che Sarzana. Senza contare che, durante il suo periodo piacentino, ho partecipato tutti gli anni a Fullcomics e l’ho trovata piacevole e in crescita, specialmente l’anno passato.
Perché “nobile”? Non certo in quanto a lignaggio, né in quanto migliore di un’altra fiera. Il motivo per cui ho definito – forse troppo frettolosamente – la fiera bolognese come “più nobile” era semplicemente legato ad una modalità di promozione fortemente scollegata dall’aspetto commerciale. Chiunque sia stato negli anni a Bilbolbul avrà visto come lo spazio vendite sia unico e spazialmente limitato, a differenza delle altre fiere, dove all’ingresso ci si trova davanti agli stand di editori e venditori.
Roberto Recchioni, che stimo come scrittore e del quale, pur avendolo scoperto un po’ in ritardo, apprezzo molto il lavoro, porta la questione della “nobiltà” in relazione agli ospiti presenti a Mantova, Sarzana e Bologna. Niente a che vedere con la mia (forse errata) etichettatura. Non intendevo mettere sulla bilancia gli ospiti.
Io leggo fumetti da ormai diciassette anni e quello che leggevo dieci anni fa lo leggo ancora adesso; a questo si è aggiunto quello che ho imparato a conoscere in questi anni. Ho iniziato con L’Uomo Ragno e la Marvel, Dylan Dog e la Bonelli; poi i manga, poi DC Comics e poi gli autori italiani e francesi e argentini, e mi emoziono leggendo David B. o Koren Shadmi allo stesso modo in cui mi emoziono a leggere DMZ, un fumetto di supereroi, Pluto o una buona storia targata Bonelli,allo stesso modo per cui mi prendono le tavole di Paolo Castaldi, i disegni di Matteo Scalera o una qualsiasi autoproduzione che sia ben fatta o ben ragionata.
Sono uno di quelli che non si fanno problemi a leggere quello che capita, che non giudicano a priori e che si sforzano sempre di trovare il lato buono di una storia, fin dove è possibile e forse un po’ più in là; uno di quelli che compra tutto quello che riesce a comprare, fin dove i soldi lo permettono; i negozi dove compro mi sono testimoni di questo.
Sono stato a Mantova Comics E a Fullcomics E a Bilbolbul, e non mi sento di affermare che l’incontro di Gipi, Andrea Bruno e Goffredo Fofi sia più importante del secret panel di Paninicomics o delle novità di Freebooks o Viollier.
Quindi non so cosa Recchioni dica di aver capito di quello che forse è stato semplicemente un piede in fallo terminologico.

Quello che mi ha sempre colpito della fiera di Bologna, lo ribadisco, è il modo in cui la città sia coinvolta e respiri fumetto e animazione (ovviamente forse questo è più evidente se uno sa che c’è), perché incontri, presentazioni, mostre e proiezioni, sono sparse per la città e non sono concentrate in un solo punto, per quanto grosso sia. Non è dunque l’assenza di un biglietto, ma la sua accessibilità ad essere, secondo me, il suo punto di forza, perché apre le porte del fumetto a chiunque passi da quelle parti. E credo che questo sia una modalità di promozione forte.

Ovvio che questa è solo una fetta, e che il fumetto non può progredire sulla sola speculazione; è necessario qualcosa che sia complementare, che si occupi del resto del mercato. Mantova Comics quest’anno era principalmente la patria degli autori italiani che hanno lavorato per l’estero (ma non solo), Fullcomics è un gigantesco riflettore puntato sull’editoria non mainstream, sugli autori esordienti e sulle autoproduzioni, alcuni dei quali saranno – si spera – i grandi autori di domani. Sono aspetti differenti del fumetto, come ben ribadisce anche Bottero, e – per l’ennesima volta – non era AFFATTO mia intenzione fare comparazioni.
Giusto per chiarire tutto. Il “Nel mezzo” che introduce il paragrafo dedicato a Mantova e Sarzana non vuole essere un “tra il figo e il non figo” ma, piuttosto, tra “far vedere il fumetto” e “farlo comprare”; non sono un grande fan delle mostre mercato ma credo che anche quelle abbiano la loro importanza per recuperare letture perdute o scoperte troppo tardi.

Alla fine di tutto questo, quindi, mi scuso se sono stato impreciso, affrettato, superficiale o “maleducato”.

Alfredo Goffredi.

venerdì 5 marzo 2010

DAREDEVIL - THE RETURN OF THE KING

Devil & Hulk 154-158 (2009-2010, Paninicomics, spillato, 72 pagine a colori, €3,30).
Sceneggiatura di Ed Brubaker, disegni di Michael Lark, Stefano Gaudiano, Klaus Janson, Chris Samnee & Paul Azaceta.


Cosa è cosa?
Chi è chi?
Chi è cosa?

I due fili su cui è possibile inquadrare la produzione (super)eroistica, a mio parere, sono quello cosiddetto della crisi e quello dell'identità.
Il primo, come più volte ribaduto, ha a che fare con l'equilibrio locale (mi piace prendere come punto di partenza il Dick Tracy di Chester Gould) e via via con quello internazionale (da quando il vigilante diventa super- in poi).
Il secondo è quello dell'identità: se considerata a grandi blocchi la produzione (super)eroistica ci riporta - spesso guardandola in parallelo con la situazione internazionale - la concezione dell'identità di un popolo, di un paese o di una cultura (e questa, di fatto, è una lettura che attraversa, in un modo o nell'altro, volenti o nolenti, la totalità della produzione fumettistica).

Daredevil.
Al momento è per me uno degli emblemi del cambiamento, non so quanto forte, non so se più o meno forte di altri ma uno di quelli, senza ombra di dubbio.
Inquadriamolo in un universo editoriale in cui:
- i cattivi sono diventati i buoni e i buoni sono, nel migliore dei casi, disprezzati;
- Norman Osborn (Goblin) è il capo dei "nuovi buoni", che, se vogliamo scherzare con le parole, possiamo chiamare "i bravi" (Venom/Scorpione è Spider-Man, Daken è Wolverine, Moonstone è Miss Marvel, Bullseye è Hawkeye, e lo stesso Osborn, con il nome di Iron Patriot, è un misto tra Cap e Iron Man);
- Spider-Man è stato resettato da One More Day e Brand New Day;
- Cap è morto ed è stato sostituito da Bucky;
- i mutanti come al solito sono per i fatti loro e sono comunque pochi, sempre meno;
- c'è un Hulk rosso cattivo;
- Strange non vale più nulla e Hood, stregone pazzo e a capo del più grosso cartello del crimine, sta cercando di diventare il nuovo stregone supremo;
- Tony Stark è ricercato (dai "bravi");
- Thor è stato spodestato dal trono di Asgard, ha perso il potere di Odino ed è allo sbando mentre Loki, di fatto, regna su Asgard manipolando Balder e i Mighty Avengers (la formazione più bislacca che io abbia mai visto), attraverso una finta Scarlet;

E in tutto questa confusione cosa succede a Matt Murdock? Matt Murdock sembra non riuscire a combinarne una giusta dai tempi in cui si espose, rivelando la propria identità a Hell's Kitchen e divenendo il nuovo Kingpin. Ogni mossa apparentemente buona del diavolo rosso si è rivelata sempre un piede in fallo.
All'epoca però la situazione era differente, alle redini della serie sedeva ancora Brian Bendis e l'Universo Marvel non era ancora così complicato come sembra ora, anche perchè, scaramucce o meno, i buoni erano ancora i buoni, così come i cattivi erano ancora i cattivi.
Se l'autonominarsi di Matt Murdock a nuovo Kingpin poteva sembrare una mossa dubbia, le ultime cartucce di Ed Brubaker rovesciano totalmente ogni prospettiva, allineandosi con la logica del confondimento che al momento (divide e) impera alla Marvel, e lo fa anche a livello narrativo.

Fin dall'inizio, infatti, The Return of the King sembra una storia su Kingpin. Ci mostra come ha trascorso gli anni di "esilio" in Spagna, il motivo del suo ritorno e le trame da lui inscenate per ritornare al vertice.
E poi tutto scoppia come una bolla di sapone con troppa aria dentro, nel momento esatto in cui Matt Murdock avanza la propria candidatura a Re (curiosa carica) della Mano, organizzazione criminale di matrice nipponica installatasi un po' in ogni angolo del mondo. Candidatura che, oltretutto, viene accettata - così come le condizioni poste da Matt - nelle ultime battute di una saga che lascia una pesante eredità al nuovo insediato sul trono, Andy Diggle.

In un mondo il cui il più grande cattivo diventa il capo dei "bravi", l'emblema massimo del conflitto interiore supereroistico (l'avvocato/vigilante) arriva a ricoprire la più alta carica di una delle più potenti organizzazioni criminali.
Se, dunque, il male diventa bene è giusto ricoprire il trono lasciato vacante per poterlo combattere? è necessario che la distinzione bene/male rimanga netta in modo che gli schieramenti - seppur con segno cambiato - rimangano gli stessi e non sembra che il cane si stia mordendo la coda da solo?
E quale sarà la percezione di questo cambio di segno? Quale la sua intenzione più profonda?
Se il diavolo rosso fosse preso come emblema degli USA (ipoteticamente), ci rimanderebbe a un'America che - per farla il più semplice possibile - da buona diventa cattiva. Utilizzandolo invece come avatar della situazione internazionale suona un po' come il detto "a mali estremi, estremi rimedi", o "il fine giustifica i mezzi", quasi a voler legittimare una scelta.
Comunque lo si guardi, tuttavia, qualunque sia il valore che gli si vuole dare, il senso profondo è quello del ribaltamento delle prospettive.
Un caso più recente (poco più di una settimana fa) e ugualmente interpretabile è accaduto in casa DC, quando la chiusura del settimo numero di Blackest Night ha insignito Sinestro della carica di Lanterna Bianca, a incarnare - in contrapposizione a Nekron e alle lanterne nere - il sommo bene. Temporaneo o duraturo, apparente o concreto, è solo un altro caso in cui si assiste a un'inversione di status. Certo, è accaduto anni addietro, ma principalmente con personaggi secondari (se eccettuiamo, per prenderne uno e uno, i momenti legalisti di Magneto e la lunga parentesi di Hal Jordan nei panni di Parallax).
Ma il senso profondo di questo? Perdita dichiarata di un sistema riferimento, probabilmente, causata dalle fratture tra popolo e istituzione, dalle problematiche legate alle guerre o, ancora, dalla crisi definitiva del sogno americano. Forse. E allora, di conseguenza, si potrebbe riscontare una mancanza di fiducia complessiva nata dal dubbio. Come già in Civil War e Secret Invasion il dubbio rimane: se non riesco a capire chi è buono e chi è cattivo di chi mi posso fidare?

giovedì 25 febbraio 2010

Tsubasa RESERVoir CHRoNiCLE

Dopo la "svisata shonen" (cfr. Maconi [2010]) arriva a questo giro la "svisata shojo".
Tra i tanti shojo attualmente pubblicati uno dei pochi che non mi sembra una fotocopia di cose già viste è Tsubasa RESERVoir CHRoNiCLE, realizzato dallo studio CLAMP.

Lo studio CLAMP negli ultimi vent'anni è diventato (salvo eccezioni) un marchio di fabbrica che garantisce qualità ai lettori di shojo e non solo, per la capacità di realizzare storie in grado di attirare anche un pubblico di lettori con gusti differenti. Le CLAMP spaziano così tra il fantasy canonico (Magic Knight Rayearth) e quello mistico (RG Veda), il fantascientifico "domestico" (Angelic Layer, Chobits) e quello apocalittico (X 1999), dal mistery-horror (Tokyo Babylon, XXXholic) al simil-quotidiano (Lawful Drugstore).

Voglio soffermarmi su Tsubasa RESERVoir CHRoNiCLE a questo giro, perchè mi è sembrato un esperimento curioso. Tsubasa ruota attorno ai viaggi dimensionali e subito mi è sembrato interessante per due motivi:1. prende i personaggi delle CLAMP e li riutilizza, adattandoli a nuove situazioni, nuove storie, nuove ambientazioni; 2. per quanto la narrazione segua lo stile narrativo orientale, ha una stuttura fortemente occidentale - o meglio ha una struttura fortemente da comic book, nel momento in cui viene ad intrecciarsi, di tanto in tanto, con l'altro manga che lo studio di mangaka realizzava in contemporanea, XXXholic, la cui realtà è punto di partenza e pretesto per le avventure di Tsubasa (ma questa non è una novità, anche se accade molto di rado; chi si ricorda il crossover tra Dragonball e Dr. Slump & Arale).

La trama non è originalissima: Sakura e Shaoran (da Card Captor Sakura, ma differenti) arrivano da Yuka (per l'appunto uno dei protagonisti di XXXholic), la quale, per salvare la ragazza, costruisce un gruppo di cronoviaggiatori (ai due si aggiungeranno un guerriero privato della spada, Kurogane, e un mago privato della magia, Faye, oltre a Mokona, strano essere a forma di polpetta creato sulle pagine di Magic Knight Rayearth) e lo manda alla ricerca di piume che contengono i ricordi della ragazza, perse tra le varie dimensioni. Inizia così un viaggio che, tra alti e bassi, colpi di scena o presunti tali, durerà 28 numeri (è di prossima conclusioneo anche in Italia).

Come detto prima, uno dei punti di forza della serie, a mio avviso, è il riuso di certi personaggi, talvolta in modo fedele alla loro psicologia, talvolta in modo puramente funzionale alla trama. Si crea così una specie di cultura del riuso all'interno di una tradizione manga ben attestata come quella che è la produzione a fumetti dello studio CLAMP. Una simile operazione è totalmente occidentale, per non dire statunitense (tanto piena di riletture e universi alternativi, senza contare alcune copie fin troppo esplicite create da un'editori concorrenti) e molto si discosta dalla logica della produzione nipponica. Quindi, occidentale nell'idea, nella strutturazione a trame incrociate con altre opere. La scelta dei personaggi su cui strutturare il gruppo mi fa ancora una volta pensare al Viaggio verso Occidente, ma a lungo andare potrebbe anche essere un'esagerazione. Ciò non toglie che, guardacaso, i tratti del protagonista giovane/sprezzante, dal grande potenziale e pronto a infrangere le regole continuano a farmi pensare allo scimmiotto.

Quale può essere la motivazione di una scelta simile? Negli USA le varie riprese servono il più delle volte a svecchiare personaggi che hanno già sulle spalle dai trenta ai cinquanta anni di pubblicazione; le motivazioni narrative sono secondarie, spesso è ben più probabile che la finalità sia economica e volta ad attirare nuovo pubblico presentando personaggi 1. più "nuovi" / più giovani e quindi più vicino ai giovani di oggi(le varie teen version, le riprese delle origini, o una serie come Ultimate Spiderman), 2. più accattivanti (come fu, ad esempio la linea 2099 della Marvel Comics) o 3. più attuali (ad esempio i vari passaggi di ruolo in DC Comics).Per una serie come Tsubasa, invece, una simile motivazione è impensabile, dal momento che i personaggi considerati provengono da serie già concluse e che non hanno più di vent'anni.

Si può inoltre ricondurre l'operazione ad un fenomeno sociale tipicamente nipponico. Si potrebbe scomodare una lettura della società giapponese frammentata all'interno delle pagine di Tsubasa, all'interno della quale l'intersezione tra idiosincrasie ed eccesso di regolamentazione detonano una forma di totale schizofrenia sociale. Si potrebbe ma è solo una possibile interpretazione, le autrici non si sono espresse in merito e, per quanto sia possibile (poco ma possibile) che sia una lettura inconsciamente voluta sembra molto poco probabile. Proporre una simile lettura senza avere uno straccio di prove sembra un po' forzato (anche se, ripeto, è una lettura possibile); tuttavia è interessante se considerata in relazione alla realtà del cosplaying, che nasce, si sviluppa ed ha il suo maggiore punto di applicazione all'interno dei confini nipponici. I personaggi di Tsubasa (siano essi protagonisti o personaggi secondari) sembrano cosplayer di personaggi mai visti, o attori su un palco. Tutta la questione sembra quindi spostarsi sul piano dell'identità, dei personaggi così come dei lettori, del paese. Nuova identità? Identità perduta? O, addirittura, su un piano ancora superiore, assenza di identità?

venerdì 12 febbraio 2010

Naruto (ebbene sì...)

La concezione dello shonen-manga è sempre stata piuttosto manichea. I buoni contro i cattivi. Ogni tanto c'è qualcuno che da cattivo diventa buono e, viceversa, da buono diventa cattivo. Raramente abbiamo figure dalla personalità "grigia", in grado di collocarsi nel mezzo delle due fazioni.
Penso alle principali serie di questo filone, da Dragonball a una qualsiasi serie shonen del momento, non necessariamente fantastica/fantasy/fantascientifica, anche di setting realistico, e senza scordare alcuni seinen che ammiccano più al pubblico giovane che a quello adulto.

Naruto non fa eccezione. I buoni, i cattivi, ogni tanto qualcuno passa da una parte o dall'altra, oppure fa l'infiltrato; ad eccezione di un personaggio come Itachi Uchiha tutti i personaggi sono o bianchi o neri, oppure passano da bianchi a neri (es. Sasuke) e viceversa(es. Gaara); è una considerazione abbastanza sommaria ma non mi viene in mente nessun'altro. Non intendo qui erigere una difesa in favore di Naruto. Come tutti gli shonen (o perlomeno una parte... diciamo che lo metto in questa parte) ha i suoi pro e i suoi contro; tra questi ultimi il più evidente resta sempre la strutturazione - di tipo puramente videoludico - storia-rissa-storia-rissa ad libitum, che vedono il protagonista (a ben vedere c'è un vero protagonista? è la percentuale di apparizione sufficiente a definire Naruto protagonista? il fatto che sia l'eponimo della serie è sufficiente a definirlo protagonista?) e i suoi amici scontrarsi con avversari sempre più forti e accrescere le proprie tecniche e la propria potenza sempre e comunque di quella minima percentuale funzionale a sconfiggere il nemico.

Ho iniziato a leggere Naruto per puro caso; inizialmente non ero per niente convinto, ma l'idea di un manga sui ninja mi attirava parecchio, così decisi di dargli una possibilità; allora ero molto meno selettivo, devo ammetterlo, ma forse in certi momenti è un bene: ci si fa un'idea, aiuta a capire, in seguito, come valutare un prodotto artistico/narrativo.
La base della storia è di sicuro qualcos'altro, e su questo credo che ormai nello shonen sia una buona cosa: una base solida permette di configurare in breve tempo i personaggi e i primi eventi, potendosi concentrare del tutto a come sviluppare la trama in modo originale... ammesso di riuscirci. Del resto il nucleo di personaggi principali degli shonen manga è spesso preso di sana pianta e adattato dal Viaggio in Occidente, romanzo cinese della fine del XVI secolo, tradizionalmente attribuito a Wu Cheng'en.
Di tanto in tanto, tuttavia, è possibile trovare accadimenti, soluzioni narrative (non parlo di quelle grafiche perchè è una questione di gusti), scelte che mi portano a pensare che nonostante la serie stia inevitabilmente venendo prolungata dal grande successo in patria (e non solo) e che fu lo stesso autore, numeri e numeri addietro, a lamentare di non avere tanto idea di dove andare a parare, nonostante tutto questo penso che Masashi Kishimoto abbia una buona testa. Di tanto in tanto.

La prima volta che mi capitò di pensare che Naruto potesse essere salvato dalla selva degli shonen omologati fu leggendo il numero 43, in cui Kishimoto decise di raccontare la vera storia di Itachi Uchiha, il perchè delle sue motivazioni e del suo comportamento, capovolgendo - ma in modo sensato e tutto sommato "elegante" - l'idea che ci si era fatti di lui fin dalla sua introduzione. Se riesce a fare qualcosa del genere - pensai - a meno che sia una formidabile botta di culo dovrebbe potersi svincolare dagli stilemi classici e scrivere belle storie. E allora perchè si paralizza sulla solita struttura ascendente?

Il secondo punto di svolta fu, in realtà, alcuni numeri prima. Con la morte del terzo Hokage prima e di Jiraya poi, Kishimoto minava l'impianto dei personaggi, togliendo di mezzo un personaggio secondario ma di netta importanza, e uno che di fatto si può considerare principale. La cosa si è fatta ancora più forte nel numero 54, quando per mano di Pain cade anche Kakashi, una delle colonne portanti della serie. Insomma, a meno che l'autore decida di operare svolte di cattivo gusto come misteriosi ritorni, resurrezioni (per non parlare di doppi alternativi, versioni provenienti da altri segmenti spaziotemporali e cloni, che fortunatamene sono prerogative tutte statunitensi) o che altro, sembra proprio che il buon Masashi abbia deciso di espiare alla merda pestata nei primi numeri (mi pare fosse il cinque, ma non ci giurerei), quando Sasuke Uchiya, contro ogni evidenza, non muore benchè il suo corpo sia trafitto da aghi in ogni dove.

Il terzo punto di svolta è la visione che egli riesce a dare del piano dell'associazione Alba nelle pagine dell'ultimo tankobon italiano. Il discorso che Pain fa a Naruto per giustificare l'attentato esplosivo che ha raso al suolo il villaggio della foglia, descrive Alba come un'organizzazione che è disposta a sacrificare la pace di pochi in favore della pace di molti. Possibile dunque che Kishimoto si rifaccia, per la concezione di Alba - di cui fino al numero scorso non sapevamo niente se non che ce l'avevano con la Foglia e che stavano cercando di catturare tutte le forze portanti - all'ultimo decennio di terrorismo internazionale? Per minare l'equilibrio dei cinque paesi, infatti, diversi sono i tentativi di Alba, tra cui l'attentato che fa esplodere l'intero Villaggio della Foglia. I burattini che Pain richiama durante i combattimenti, infine, si comportano in modo (ovviamente) da anteporre il bene di Pain (e dunque della causa di Alba) alla loro "sopravvivenza", se così si può far riferimento alla loro forma di vita artificiale. Da tutti questi elementi Alba prende quindi l'aspetto di un'organizzazione che si è imbarcata in una crociata, se non religiosa quantomeno "morale".

Ok, ora potete raddrizzare i nasi che avete storto e ritornare a fare gli intellettuali sull'ultima bravata di qualche autore "d'essai", oppure tirare due asciate alla vostra porta di pregiudizio e iniziare a guardare un po' dentro le cose.